2 luglio 2018

La Terra brucia: percezione e negazione del cambiamento climatico

Al termine di un’articolata tournée divulgativa in Italia, la sera di venerdì 22 giugno 2018 l’autorevole climatologo americano Michael Mann (Pennsylvania State University) ha tenuto, al Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, la lectio magistralis “Ritorno al manicomio. Il negazionismo climatico nell’era di Trump“.

L’evento è stato organizzato dall’Università di Torino, Dipartimento di Fisica Generale (prof. Claudio Cassardo), e dalla Società Meteorologica Italiana, che ha sede proprio al Collegio Carlo Alberto.

Mann è tra i più celebri scienziati del clima a livello mondiale, in particolare per i suoi studi paleoclimatici e per la sua attività divulgativa e politica contro il negazionismo climatico che ancora regna, più che mai negli odierni Stati Uniti di Donald Trump.

Proprio vent’anni fa, il 23 aprile 1998, Mann e i colleghi Raymond Bradley (Università del Massachusetts) e Malcolm Hughes (Università dell’Arizona) pubblicarono su Nature un primo articolo sulla ricostruzione delle temperature globali dal 1400, analisi estesa fino all’anno 1000 per l’emisfero boreale in un successivo studio apparso nel 1999 su Geophysical Research Letters.

Il grafico dell’andamento termico – pressoché piatto fino a metà Novecento e poi impennato a delineare il successivo e anomalo riscaldamento a scala millenaria – fu battezzato dai colleghi climatologi “hockey-stick” per la sua somiglianza a una mazza da hockey. Fu fortemente attaccato dai negazionisti, ma ripetutamente convalidato da ricerche successive e indipendenti.

Durante il seminario, Mann ha illustrato come funziona la scienza climatologica e come nasce il negazionismo climatico, sottolineando come in Italia la situazione – per quanto non brillante – non sia nelle condizioni attuali degli Stati Uniti, in cui a livello governativo si deride e si ostacola la ricerca scientifica
in questo settore e non solo.

Quanto al futuro si è mostrato cautamente ottimista, sostenendo che le soluzioni per avviare la transizione energetica necessaria alla decarbonizzazione dell’economia mondiale sono già disponibili: è questione di applicarle globalmente, anche con la leadership di un paese come la Cina, che non rappresenta “un problema” a differenza di quanto sostiene Trump.
L’Accordo di Parigi non è ancora sufficiente, ma per lo meno ha indicato la giusta via, e dovrà essere via via migliorato.

Al termine dell’evento, Luca Mercalli ha consegnato a Mann l’attestato di socio onorario della Società Meteorologica Italiana, omaggiandolo inoltre del volumetto storico “Osservazioni meteorologiche eseguite nel Reale Osservatorio Astronomico di Milano, Anno 1864” (significativa testimonianza di come si sviluppano le serie storiche di dati utilizzate dallo stesso Mann per i suoi studi), e di alcuni numeri della rivista Nimbus a tema climatologico.

Fonte: Redazione Nimbus – Società Meteorologica Italiana

Chi è Michael Mann

Nel 1998 Michael Mann era uno scienziato di 33 anni che desiderava studiare e capire le variazioni climatiche. Con alcuni colleghi raccolse i dati sulle temperature di migliaia di anni, studiò i coralli, gli anelli degli alberi e i ghiacci polari. Alla fine della ricerca i dati furono raccolti in un grafico, poi pubblicato su Nature, che lasciò sbigottiti gli stessi scienziati: fino al 1850 la curva relativa alle variazioni della temperatura terrestre era praticamente piatta ma poi si impennava rapidamente, proprio in corrispondenza dell’industrializzazione della società, quando l’uomo ha iniziato a bruciare carbone, gas e petrolio in sempre più grandi quantità.

A Mann e ai suoi colleghi la curva del grafico dava l’idea di una mazza da hockey. E, per loro, la “mazza da hockey” (hockey stick) è la dimostrazione scientifica della responsabilità umana nella determinazione del cambiamento climatico.

Nello stesso 1998 dunque la rivista Nature pubblicò il grafico in un articolo che passerà alla storia della climatologia mondiale. Quel lavoro, firmato da Michael Mann e Raymond Bradley del Dipartimento di Geoscienze dell’Università del Massachusetts e da Malcolm Hughes del Tree Ring Research Laborastory, dell’Università dell’Arizona, diventerà infatti la prova più citata a sostegno della tesi sul contributo delle attività antropiche al riscaldamento globale. Nel 2001 il grafico venne poi incluso nel terzo Assessment Report dell’Agenzia delle Nazioni Unite per i mutamenti climatici (IPCC), che rappresenterà poi le basi del famoso protocollo di Kyoto.

Le teorie scientifiche e le pubblicazioni di Michael Mann sono state oggetto di attacchi di ogni sorta, nel campo scientifico e al di fuori di esso: minacciato di morte, messo in lista come “ebreo” da alcuni siti neonazisti, oggetto di odio, offese, vignette e film satirici propagandistici, la sua posta elettronica privata è stata rubata e resa pubblica e lui trattato come un criminale. Nonostante tutto ciò la sua teoria della “mazza da hockey” resiste e lui continua a lavorare: oggi è Direttore dell’Earth System Science Center presso la Pennsylvania State University. Più impegnato che mai a dare battaglia contro il nuovo campione del negazionismo a stelle e strisce: il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump.

Fonte: Radio Popolare

Ha scritto Michael Mann

«Qual è il ruolo appropriato per gli scienziati nelle discussioni pubbliche a proposito di cambiamenti climatici? Devono restare rinchiusi nei laboratori con le teste sprofondate nei loro laptops? Oppure devono impegnarsi in sforzi vigorosi per comunicare le loro scoperte e parlare delle conseguenze?

Un tempo avrei sostenuto il primo punto di vista… non desideravo nulla di più che essere lasciato solo ad analizzare i dati, costruire modelli teorici e fare scienza guidato dalla curiosità. Pensavo toccasse ad altri pubblicizzare le implicazioni delle ricerche. Prendere anche lontanamente posizione sulle politiche riguardanti il cambiamento climatico mi appariva come anatema.

Tutto ciò che ho sperimentato negli anni, mi ha convinto che quel punto di vista era sbagliato. Sono diventato involontariamente un personaggio pubblico quando il nostro lavoro finì sotto i riflettori dei media alla fine degli anni ’90. Posso continuare a convivere con gli assalti cinici contro la mia integrità e la mia persona portati avanti dalla macchina del negazionismo finanziato dalle multinazionali. Quello con cui non posso convivere è il rimanere in silenzio, mentre gli esseri umani, confusi e ingannati dalla propaganda dell’industria petrolifera, vengono condotti senza saperlo lungo un cammino tragico che condannerà le future generazioni. Come spiegheremo ai nostri nipoti che abbiamo visto approssimarsi la minaccia, ma non abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per assicurarci che l’umanità prendesse le giuste contromisure?»

Fonte: Michael E. Mann, The Hockey Stick and the climate wars, Columbia University Press 2012

Dettagli sulla controversia dell’hockey stick